16 Dicembre 2019
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La storia

Figura a cui si ispira la nostra scuola
Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola.
É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
(Da Lettera a una profes
soressa)
LA FIGURA DI DON LORENZO MILANI

Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923, in una famiglia dell'alta borghesia colta. A venti anni il giovane Lorenzo incontra Cristo e decide di entrare in seminario. Ordinato sacerdote nel 1947, è cappellano a San Donato di Calenzano, dove fonda una scuola serale che gli provocherà l'ostilità dei benpensanti. Nel 1954 sarà trasferito alla minuscola Barbiana, dove la scuola diventa a tempo pieno con al centro l'educazione linguistica: egli stesso conosce 5 lingue e sa affascinare i suoi pochi alunni.

Una volta a Barbiana rompe i legami con il potere costituito e la Chiesa, per fare scelte a favore dei poveri: “la scuola è lo strumento”. Nelle "Esperienze pastorali" (1958) raccoglie dati, riflessioni, proposte scaturite dai suoi 7 anni a San Donato ed esce con l'imprimatur ("irrituale") della Curia e con una lunga prefazione di mons. D'Avack. Il libro ottiene contrastanti giudizi.

Apprezzato negli ambienti progressisti anche cattolici, la destra lo bolla come opera classista e il Sant'Uffizio - sotto il papato di Giovanni XXIII - ne dispone il ritiro, vietandone ristampe e traduzioni (divieto tuttora in vigore).

Don Milani proclama la sua obbedienza alla Chiesa, però è ormai convinto che la scelta dei poveri sia la scelta di Cristo e vorrebbe che la Chiesa lo approvasse e ne desse un segno concreto, con l'affidamento ad una grande parrocchia o al seminario, ma le autorità giudicano il carattere di don Milani difficile ed aspro e fanno di tutto per isolarlo. Mentre la Firenze cattolica si prepara al Concilio con riunioni e referendum, don Milani con il suo amico Borghi solleva la questione (1964) di come il vescovo possa disporre a suo piacimento del seminario e dei suoi rettori.

L'arcivescovo Florit non gradisce e l'isolamento di don Milani aumenta. Intanto la salute del prete ha crisi sempre più frequenti. Con i suoi ragazzi, lavora freneticamente al suo lavoro più conosciuto: "Lettera a una professoressa", pubblicato sei settimane prima della sua morte, testamento spirituale di un "profeta disarmato". L'episodio dei cappellani militari, che giudicano l'obiezione di coscienza una viltà, fa intervenire don Milani, che manda ai giornali (1965) una vibrata risposta, che verrà pubblicata solo da "Rinascita" e che gli costerà un processo per apologia di reato, costringendolo a scrivere - impossibilitato a partecipare all'udienza - una sentita "Lettera ai giudici", nella quale ripercorre la storia d'Italia alla ricerca del vero senso dell'obbedienza e della coscienza.

Il tema dell'obiezione di coscienza, oggi risolto, allora divideva sia ambienti politici sia ecclesiali: ci vuol poco perché don Milani venga chiamato "il prete rosso". Assolto con formula piena, il 26 giugno 1967 muore in casa della madre. In appello sarà poi condannato. Temperamento non facile, orgoglioso, comunque consapevole delle sue capacità, dichiarava obbedienza ad ogni costo alla Chiesa: "Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento". Ma d'altra parte riteneva che a volte fosse necessario mettere l'autorità ecclesiastica di fronte al fatto compiuto: "L'esperienza insegna, quando la cosa l'è bella e fatta, il vescovo è molto più largo che quando gli si chiede prima…". Ciò non è solo furbizia, ma soprattutto responsabilità: ciascuno ha la grazia del suo stato: il sindaco per fare il sindaco, il papa per fare il papa, e il parroco per fare il parroco.


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